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Università degli Studi di Genova

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Lectio di Mario Rigoni Stern

lectio Stern

La nostra emigrazione nell’Ottocento: dalle montagne verso la Germania

Quando da questa storica Università mi venne comunicata la proposta di conferirmi Honoris Causa la Laurea Specialistica in Scienze Politiche, camminando nel silenzio dei miei boschi pensavo e ripensavo a cosa dovevo rispondere. Accettare sì o no? Alla fine mi decisi. Forse qualcosa del mio lavoro resterà a testimoniare questo nostro tempo. Successivamente, mi domandai che cosa avrei dovuto dirvi in questa occasione. A Lei, chiarissimo Rettore, a voi docenti che con tanta ricerca e scienza avete trasmesso sapere, ma più ancora a voi cari studenti che tante curiosità ancora dovete appagare. Cosa dovrei dire? Che raccontare nel mio intervento?
Nella proposta del Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche leggo che la mia opera ha affrontato con partecipe comprensione i temi della guerra e delle sue ripercussioni sulla vita della gente comune e indica un percorso di impegno civile, e che può fornire ai giovani un’indicazione.
Effettivamente posso dire che molti giovani mi scrivono e che molte domande mi vengono poste per tesi di laurea. Nel mese trascorso, ho passato abbastanza tempo nel tentativo di scrivere una lezione magistrale, ci pensavo anche in qualche ora notturna e poi scrivevo pagine inutili. Ero come un ragazzo imbarazzato da un compito in classe, e che davanti alla pagina bianca non trovava l’avvio. Pensai allora al mio Altipiano dei Sette Comuni, boschi e pascoli alpestri tra il Brenta e l’Astico, fu abitato fin dalla preistoria e lo dimostrano molti reperti; dei tempi storici rimangono le tracce, ma anche i resti di un villaggio retico distrutto dai romani; quindi i residui di una lingua antica di origine tedesca che la tradizione dice cimbra.
Nel 1250, dopo la morte di Ezzelino il Tiranno, la gente dell’Altipiano si staccò dal feudo vicentino e si confederò nella Lega delle Sette Teste, i sette villaggi tra le montagne, con governo ad Asiago. Nel 1310 questi abitanti deliberarono la propria autonomia amministrativa e politica. Nacque così la Reggenza che durerà fino al 1807. Il vasto territorio di boschi e pascoli divenne proprietà comune e amministrato dai rappresentanti eletti dal popolo. I redditi venivano usati per il buon governo.
Con la caduta di Venezia e con l’occupazione austriaca dell’8 febbraio 1789, i Sette Comuni giurarono fedeltà all’imperatore Francesco II, ottenendo però di autogovernarsi secondo la loro tradizione. Tali restarono fino al 29 giugno 1807 quando Napoleone Bonaparte impose con la forza lo scioglimento della Reggenza e li incluse nel Dipartimento del Bacchiglione - Distretto di Asiago con una Viceprefettura e una Giudicatura di Pace di I classe. Gli abitanti censiti risultarono 30.896. Nel 1814 i Sette Comuni ritornarono sotto il Governo Asburgico e, nel 1815, nel Lombardo Veneto formarono il VI Distretto della Provincia di Vicenza con capoluogo Asiago.
Quand’ero ragazzo un parente molto anziano mi diceva di un caporale-gendarme baffuto e austero che nelle festività più solenni si piazzava davanti alla porta principale della chiesa e, con un aiutante dello Stato Civile, prendeva nota dei giovani più aitanti non possidenti, per reclutarli soldati dell’Imperatore; un famiglio mi aveva pure raccontato di suo padre che dopo dodici anni di militanza sui confini con la Russia degli zar era ritornato a casa con i gradi di Obergefreiter, caporale superiore, e con un buon servizio rilasciato dal suo comandante. In quel tempo era anche diventata difficile la vita dei nostri pastori che dalle montagne andavano a svernare nella pianura veneta tra il Mincio e il Tagliamento, spingendosi anche verso Mantova o verso il Friuli. I ricchi mercanti e i nobili veneziani che avevano investito nelle vaste proprietà terriere impugnarono le leggi che si basavano sull’uso antichissimo del diritto di pascolo.
Nel 1763 scrive l’abate Dal Pozzo, nella sue Memorie istoriche dei Sette Comuni, che di pecore ne furono contate 200.845 e che: “...sono gli animali che formano la principale ricchezza de’ nostri popoli, e la loro lana è propriamente il toson d’oro di questi paesi. Ogni famiglia ne può tenere quante ne vuole ancorchè non abbia terreni propri, perchè queste nell’estate si conducono a pascolare ne’ beni comunali del Distretto e sulle alte montagne, e nell’inverno per sei o sette mesi a pasturare alla pianura in tutti i territori del veneto Dominio”.
Nel 1879, secondo le statistiche di Giuseppe Nalli, funzionario forestale del regno, le pecore sono 24.760 e questa forte diminuzione, spiega, è perchè i pastori non sono più tollerati nelle pianura veneta. D’altra parte uno storico nostro contemporaneo, Marino Berengo, scrive che era un diritto di origine incerta e fondato solo sull’immemorabile. Già Tito Livio aveva scritto degli ovini veneti dalle squisite carni e un recente studio genetico conferma che le residue pecore di questi monti sono di origine sodanica e dal centro dell’Africa giunte quassù in epoca preistorica con le prime migrazioni umane. Il 25 di marzo, giorno dell’Annunciazione, è usanza lasciare le poste invernali e iniziare la transumanza verso le montagne che lontane, dentro il cielo primaverile, appaiono bianche di neve. Dal Mincio al Po, dall’Adige al Brenta, dal Piave all’Isonzo, dai terreni incolti che ai margini della Laguna andavano da Chioggia a Grado, le greggi, lentamente, venivano pascolando fino nei dintorni di Padova e dei Colli Euganei.
Ancora oggi il passo della transumanza viene regolato da come in alto appare la montagna: se la neve è molta e la buona stagione ritarda, le greggi avanzano con passo lento per permettere lassù lo sciogliersi delle nevi e la crescita dell’erba novella. Ma in questo caso i contadini sono insofferenti per il danno che il pascolo provoca alle loro culture e sono usi dire: - Ma quante Madonne avete? Non dovevate andarvene con la Madonna di marzo? Aspettate l’Assunzione del 16 agosto?
Se il tempo era favorevole risalivano lesti e con desiderio di spazi. Non c’era traffico d’automezzi a intralciare il viaggio, non cocci di bottiglie a ferire le zampe delle pecore e dei cani. Ora, per attraversare certe strade, chiedono, di notte, l’assistenza della Polizia della Strada. Tre, erano in antico e, in parte sono ancora seguite, le vie che salgono le montagne; anche se i pastori non hanno confini. Una, da Este per i Colli Euganei e il Bacchiglione, raggiungeva i piedi dell’Altipiano dalle parti di Thiene e per Caltrano; da qui, pascolando risalivano i versanti tra Monte Cengio e Cima di Fonte. Una seconda strada, ed era la principale, partiva dalle periferie di Padova e per via Bezzecca, che i vecchi cittadini chiamano ancora Via della Lana, camminava lungo il fiume Brenta fino a Cartigliano, dove deviava verso Marostica e Breganze, quindi risaliva l’Altipiano per la Strada Bianca delle Giare. La terza transumanza da Mirano verso Noale e Castelfranco arrivava fino alla campagna di Bassano, procedeva lungo il Brenta fino a Primolano per raggiungere le montagne di Enego. Da queste tre vie si deve dedurre che i pastori dei comuni a occidente: Rotzo e Roana, prendessero la via di Este; quelli del centro: Lusiana, Asiago e Gallio, la via di Padova e quelli a Est: Enego e Foza, la strada di Mirano-Noale.
Durante la transumanza ogni famiglia badava al proprio gregge, era più tardi, in prossimità dei pascoli in quota, quelli della proprietà collettiva, che venivano riuniti in greggi più numerosi e i proprietari si suddividevano a turno la custodia; questo permetteva ai capi famiglia di poter curare meglio gli interessi e i lavori stagionali nella terra d’origine.
In autunno ognuno riprendeva in consegna i propri ovini e la responsabilità cumulativa veniva sciolta, anche se ancora il grande gregge restava unito fino a che le condizioni del clima e del pascolo lo permettevano. Storie antiche, queste, che partono dalla notte dei tempi e che sono rimaste nella memoria di pochi; la Grande Guerra ieri, il traffico sulle autostrade e il turismo oggi, le stanno forse definitivamente cancellando; ma ora mentre scrivo e ricordo so di due nostri pastori che stanno risalendo verso le montagne per le millenarie strade: vanno per le terre incolte e tra capannoni industriali, uno tra l’Adige e l’Astico, l’altro lungo il Brenta. Quest’anno, a differenza dell’anno scorso, le montagne stanno liberandosi prima dalla neve e tra un mese li vedrò passare nelle vicinanze della mia casa. Rimangono gli ultimi rappresentanti di un’arte antica quanto il mondo. Per quanto ancora? Sono lenti i tempi dei pastori perchè se la lana ha ora pochissimo reddito, gli agnelli e la carne di pecora è molto richiesta dai mussulmani che vengono a lavorare in Italia.
Sì, ci saranno ancora i bambini che guarderanno stupiti le pecore con i loro agnelli, e i cani solerti, e gli asini con le ceste sul dorso dove accogliere gli ultimi nati, e i pastori con il passo del tempo. Fu con la legge del 6 marzo 1762 dell’Eccelso Consiglio dei Dieci: “Massima di buon governo tra le altre si è quella di mantenere li proprj Sudditi nella quiete, e sicurezza, onde abbiano a godere dell’ usufrutto de’ suoi beni, senza timuoer, e molestie, né possono che rendersi molto sensibili all’Illustrissimi, e Eccellentissimi Signori Capi dell’Eccelso Conseglio di Dieci li frequenti clamori; che giungono al loro Tribunale de danneggiati dalle irregolarità de Pastori de’ Sette Comuni …. ”Fu così che iniziò la crisi della pastorizia, cambiando l’economia delle nostre montagne. Prima di quella data, le greggi erano tollerate e accolte nello svernamento anche perchè, oltre alla carne, negli ovili di sosta venivano raccolte le deiezioni dalle quali ricavare un prodotto, il salnitro, indispensabile con lo zolfo e il carbone per ottenere la polvere pirica per i cannoni e i focili..
Era avvenuto che i nobili veneziani, in seguito alla crisi dei loro commerci con l’Oriente e l’Europa, avessero investito i loro ducati in grandi estensioni di campagna di conventi per condurli a grano, mais, vigne. Si sa che la pastorizia è nemica dell’agricoltura, così, a partire dall’Ottocento, il commercio della lana e delle carne, seppure lentamente, andò diminuendo. Insomma una casa di proprietà seppur povera, un fondo avuto in enfiteusi o in livello dal Comune proprietario, la partecipazione ai pascoli e ai boschi di proprietà collettiva e le attività artigianali esercitate a livello famigliare avevano fatto raggiungere un tenore di vita superiore agli abitanti della sottostante pianura. Con l’aggravarsi delle imposte prediali, che mai prima erano state riscosse, con i dazi sui prodotti, con il servizio militare obbligatorio, con la presenza dei reparti militari che periodicamente facevano le manovre, e la Guardia di Finanza a stroncare ogni piccolo e forse necessario contrabbando, incominciò a manifestarsi quella crisi che tra il 1875 e il 1908 diede incremento a una forte emigrazione.
Bernardino Frescura nella sua monografia geografica L’Altipiano dei Sette Comuni, pubblicato a Firenze nel 1894,scrive “...E’ dunque all’inizio del verno, che avviene il primo periodo di emigrazione temporanea, e sono generalmente i pecorai di Foza e i piccoli mercanti girovaghi che scendono a svernare nelle pianure vicine e tornano alle loro capanne coi primi tepori primaverili. Un altro periodo, ed è il più lungo e importante, comincia in primavera - marzo aprile - e si prolunga per tre, quattro o più anni, e sono i carbonai, i minatori, gli sterratori, i muratori ecc. che si recano di preferenza in Germania - Berlino - e in Austria - Vienna e Angram - o in Svizzera dove il loro dialetto tedesco facilmente fanno intendere; qualche volta si spingono nei Paesi della penisola Balcanica o più raramente in Francia.”
Ricordo che facendo una ricerca nel catasto per conto di un discendente di emigranti di Roana, lessi la nascita di sette fratelli in sette province diverse dell’Impero Asburgico, dalla Boemia alla Croazia e l’ultimo di questi era deceduto in Anatolia, dove lavorava per un nostro imprenditore che aveva l’appalto per la costruzione di una ferrovia.
La crisi della pastorizia e dell’artigianato, la particolare lingua che parlavano gli abitanti dell’Altipiano, la vicinanza di uno stato multietnico, lo sviluppo industriale, economico e culturale della Mitteleuropa, la tradizione quasi millenaria di libertà e di commerci erano tutti inviti a cercare nuove strade e nuovi guadagni al di là delle Alpi per fronteggiare la minaccia della miseria.
Tra il 1876 e il 1903 emigrarono stabilmente 2856 persone pari al 12% dell’intera popolazione. Ma in ogni anno considerato lasciava temporaneamente la propria casa verso i Paesi dell’Europa Centrale una media di 1600 individui, pari ai 6,37 degli abitanti. Questa cifra, rilevata all’Anagrafe dei Comuni, è certamente non corrispondente al vero perchè erano molti di più quelli che varcavano il confine con l’Austria attraverso i passi dei contrabbandieri che scendevano in Valsugana, dove ai gendarmi era sufficiente mostrare il certificato di battesimo rilasciato dal parroco.
La partenza veniva di solito con lo scioglimento delle nevi e, a piedi, con gli arnesi di lavoro dentro il sacco a spalla, i nostri montanari si avviavano verso la Prussia, la ricca Boemia, l’Austria, l’Ungheria, la Westfalia. Lungo i percorsi avevano i luoghi di tappa e di sosta nelle stalle, o nei fienili delle case coloniche, o nei masi, che davano ospitalità gratuita in cambio di qualche lavoretto.
Quando nel 1861 venne attivata la ferrovia del Brennero, allora, chi aveva la possibilità, saliva sul treno a Trento e andava lontano fin dove permetteva la sua borsa. Chi più si allontanava verso l’interno dell’Europa, più aveva possibilità di guadagno. A tale proposito ancora oggi è dai vecchi ricordata una frase famosa: “Andare tre marchi al di là di Ulm”. Riguardava un nostro emigrante che giunto alla stazione di Ulm e avendo in tasca ancora tre marchi aveva chiesto un biglietto per tale importo. Dove giunse si fermò a lavorare e si trovò bene. Ancora oggi, tra noi vecchi, tre marchi al di là di Ulm vuole indicare un viaggio verso un qualsiasi paese lontano. Chiudo questa mia breve lezione con due ricordi personali. Nell’autunno del 1982 mi trovavo a Vienna sull’invito dell’Istituto Italiano di Cultura. Alla fine dell’incontro si avvicinò un signore che esclamò: - Sono il tuo compaesano Anton Forte Sciràn della contrada Làmara...-.
Mi raccontò di suo padre che era partito dall’Italia alla fine dell’Ottocento e con i cavalli aveva lavorato a trasportare materiali da costruzione. Poi nacque lui, studiò da geometra; i suoi figli erano ingegneri. Pure essendo nato in Austria mi mostrò con orgoglio il passaporto con cittadinanza italiana; parlava il nostro dialetto con flessioni antiche e mi raccontò pure che nel 1938, dopo l’occupazione dell’Austria da parte di Hitler, ebbe delle grane perchè lo ritenevano un ebreo camuffato.
Nella primavera del 1983 ero a Praga. Durante un cena ufficiale mi trovai accanto a un distinto signore che di proposito mi avevano accostato sapendo i miei interessi. Era una specie di ministro per i beni ambientali e artistici. Alle mie curiosità rispondeva attraverso l’interprete; ma quando alla fine mi diede il suo biglietto da visita rimasi perplesso: era un cognome della mia terra e solo la i finale era diventata y. Scopersi così che era il pronipote di quel compaesano sovraintendente alle Cantine Imperiali nel Castello di Hradcany, che ricordo nel mio racconto Storia di Tönle. Da allora, quando per qualche motivo mi venivo a trovare in Paesi d’Europa, sfogliavo con curioso interesse le guide telefoniche, e non mi era difficile leggere nostri cognomi; forse anche di parenti che negli anni tra le guerre avevano sceso i sentieri per cercare una vita migliore. L’Europa, i nostri emigranti, l’hanno fatta prima che i politici si riunissero per parlarne.  Ogni tanto, quando scendo in paese nel giorno di mercato, incontro qualcuno che mi saluta con tanto trasporto e solamente dalla fisionomia capisco che è della tale famiglia o della tale contrada, e dai vestiti se viene dall’America, o dall’Australia, dal nord dell’Europa o dalla Francia o dal Medio Oriente. Sono sempre ex compagni di scuola, o di guerra, o amici di famiglia che sovente mi portano i saluti di mia sorella da Chicago, o di mio fratello da Melbourne, o di cugini dall’Argentina, o di amici dal Canadà.
Quest’estate senza alcun preavviso è venuto a trovarmi dalla California il figlio di un mio prozio, che mai era stato in Europa e che voleva vedere il paese da dove erano partiti i suoi quasi cento anni fa. Aveva sposato una irlandese e venne con sua moglie. Canuto e alto, roseo in viso, aveva conservato nell’aspetto l’impronta della nostra famiglia; a parlar con noi usava quel po’ di dialetto che, bambino, aveva sentito dai suoi genitori prima che l’inglese diventasse la lingua di casa. Il suo stupore fu grande, grande in due sensi: ritrovava nel paesaggio dei boschi e della montagna i racconti e i ricordi del padre, ma non nelle case che erano state ricostruite con altri criteri dopo la distruzione della Grande guerra. Ancora meno ritrovava la maniera di vivere che, riteneva, era più agiata e più splendida che nella California. Diceva nel suo buffo linguaggio:- E’ sempre così in Italia? Sempre festa? E chi lavora ? -.Ma lui vedeva gli studenti in vacanza, la gente in ferie e i turisti; il traffico automobilistico fatto con le fuoristrada, e moto da cross, e gente che si divertiva a comperare nelle bancarelle.- Se vieni in novembre, -gli dicevo,- vedi ben altro paese.. Non è sempre così-.Era difficile fargli capire che non era sempre festa, che a settembre tutto sarebbe ritornato tranquillo e che qualcosa di quei lavori di cui aveva sentito parlare quando era bambino a Detroit, da noi esistevano ancora, che le motoseghe avevano sostituito le scuri, il martello pneumatico la mazza e la punta e il trattore i cavalli. Boscaioli, malghesi, pastori, cavatori di marmo in questa estate rumorosa erano spariti per le stramberie varie e i fuochi artificiali. - Qui in Italia siete tutti ricchi, - insisteva lui, - Più ricchi che in America. Oh ià!-. Prima di ritornarsene per sempre in California volle vedere anche Venezia e Vienna, Firenze e Parigi. Le sue emozioni furono fortissime e il suo stupore quasi infantile:- E questa l’Europa?- Il suo orgoglio di cittadino americano veniva ridimensionato non solo dai segni della storia e dai capolavori. dell’arte, ma anche dalla nostra maniera di vivere.Ma se da uno così, figlio di emigranti e pensionato dell’Amministrazione degli Stati Uniti, che solo aveva ascoltato storie di miseria, si possono ben capire stupore e ammirazione, ben differente è il ritorno per breve vacanza o per qualche necessità degli emigranti della seconda generazione; quelli che andarono lontano attorno agli anni Cinquanta: partigiani, reduci, ex fascisti. Partivano a centinaia con le navi della Flotta Lauro, dopo aver racimolato in qualche modo i soldi per il viaggio: o con la liquidazione del Distretto Militare, o con la vendita di qualche proprietà, o con un prestito, o con il ricavo di un lavoro maledetto come quello del recupero del materiale bellico; e molte volte, quando si trovavano fuori dalle acque del Mediterraneo, il loro viaggio diventava un inferno, quasi come ai tempi del “passaporto rosso”: Poca acqua potabile, cibo guasto, calura e malori nei mari equatoriali. E quando dopo più di un mese approdavano in qualche porto dell’Australia, se non c’erano parenti o amici che li prendevano a carico garantendo alle autorità vitto e alloggio, venivano messi in campi di raccolta e di attesa da dove uscivano per lavori occasionali, duri sempre e sovente mal pagati.
A tanti nostri conterranei è carissimo il ricordo di una donna emigrata laggiù negli anni trenta e che a ogni arrivo di nave italiana era sulla panchina a raccogliere come una chioccia tutti i compaesani per portarseli a casa, nutrirli, alloggiarli, trovar loro un lavoro senza nulla chiedere: solo per vedere i visi dei nostri fratelli e sentirli parlare dei nostri luoghi e delle nostre famiglie.
Con il passare degli anni, con tanto lavoro, buona volontà e iniziativa, quasi tutti trovarono spazio e stima in quella società in un primo tempo diffidente e chiusa. Ora i figli vanno nelle Università; posti di prestigio sono occupati da loro anche nella pubblica amministrazione e nello Stato; ci sono allevatori, imprenditori edili, direttori di fabbriche, agricoltori, albergatori.. La nostra lingua non è più negletta e beffeggiata ma viene studiata anche nelle scuole e tanti originari inglesi cercano d’impararla.
Un nostro amico dopo aver tagliato canna da zucchero, fatto lo sguattero, il cantante, il giardiniere ha ora una bella oreficeria e ha sposato la figlia di un compaesano emigrato laggiù nel 1919. Qualche anno fa è ritornato al paese per una festa con i suoi e ha voluto che lo accompagnassi per i boschi dove da ragazzi si andava a lavorare. Lo stupì la ricrescita del bosco ma più ancora rimase sorpreso nel vedere i sentieri non più battuti dal nostro transitare con la legna a strascico: - Perchè è ricresciuta così l’erba? Non si va più a far legna su per cime?-. Hanno sempre tanta nostalgia della terra natale e a Melbourne hanno fondato un Club con il ristorante, il campo di golf, la sala per ballare dove si ritrovano ogni sabato e ogni domenica.. Hanno anche un coro che hanno denominato “Gruppo Corale Adriatico”. Cantano le matte canzoni triestine, le malinconiche friulane, le patetiche venete, le maliziose romagnole. In primavera era venuto a casa un corista di questo gruppo; desideravano che facessi una breve presentazione per un disco che avevano in programma di incidere e mi fece ascoltare il nastro: erano canzoni che quasi più nessuno da noi ora canta e, tra l’altro, scrissi per loro “...Va l’alpin, o Addio mia bella addio, o Quel mazzolin di fiori che voi mi avete fatto sentire, sono ormai dimenticate dai più. Così ancora una volta si rende palese il fenomeno che i conterranei emigrati lontano conservano gelosamente dialetto, usanze, e quindi anche le canzoni, che dalla patria hanno portato come un bene prezioso”.

Mario Rigoni Stern

A cura di: Servizio comunicazione | Last Update: 23/03/2009