Laudatio del prof. Danilo Veneruso

Laudatio del prof. Danilo Veneruso

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Danilo Veneruso

Quando nel marzo del 1953 appare nella collana I Gettoni diretta da Elio Vittorini dell’Editrice torinese Einaudi il racconto Il sergente nella neve, ricordi della ritirata in Russia. nasce subito il caso “Rigoni”. Per i criteri letterari, culturali e politici del tempo appare così “sconcertante” da sfiorare lo scandalo: il padre stesso gli dice che “non ha amor patrio”, il sindaco, un professore di lettere nel liceo ginnasio di Vicenza, oltre a sintonizzarsi sulla medesima onda, osserva che non si possono scrivere frasi di sole due parole e cambiando tempo dei verbi. Come avviene per tutti gli “scandali” di questo nome riceve anche giudizi di segno opposto da una stampa meno “sconcertata”: come poi avviene nei sogni che si rispettano, un venerdì sera di una calda giornata di agosto riceve un avviso telefonico che gli comunica che deve al più presto recarsi a Viareggio per ritirare l’omonimo premio letterario. Nella città versiliese ha modo di conoscere una nutrita schiera dell’establishement letterario dell’epoca, da Leonida Repaci a Giacomo De Benedetti, da Pietro Jahier a Giuseppe Ungaretti, da Francesco Flora a Massimo Bontempelli e a Diego Valeri, insieme agli altri tre premiati Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese e Raffaele Carrieri. Le ostilità continuano, ma più che altro si materializzano nelle piccineria di un capufficio il quale comunica alle superiori autorità che “l’applicato dei ruoli aggiunti in oggetto si è assentato arbitrariamente dall’ufficio per andare a ritirare un premio letterario” . Non si deve inoltre dimenticare che Mario Rigoni Stern riceve omaggio da un rappresentante qualificato del partito di maggioranza relativa come il senatore Giustino Valmarana, il quale, snobbando il capufficio, rappresenta una sorta di nemesi storica contro la supponenza del burocrate piccino.
Nella sua origine, il “sergente nella neve” dovrebbe essere un racconto o, se vogliamo, addirittura una “cronaca” scritta soprattutto per se stesso in modo da non perdere mai dalla sua memoria i giorni incancellabili della ritirata di Russia. In realtà il testo gli si trasforma in un’epopea vera e propria. Si tratta della guerra nei capisaldi e nella “sacca” veduta dalla parte degli alpini. “Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati, si stava bene nel nostro caposaldo”premette l’Autore : tuttavia viene costantemente avvertita la presenza invisibile di nemici capaci non tanto di infliggere perdite gravi sotto l’aspetto numerico, quanto di togliere ogni senso di sicurezza. Proprio con tale senso di precarietà prende l’avvio il racconto: “Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde”.
Già nell’incipit si nota dunque una sorta di imbarazzo, di reticenza, di disagio, che si traduce nell’assoluta mancanza di quella retorica pressoché automatica nel genere letterario di guerra. Addentrandosi nel testo il lettore comprende di che cosa si tratti: la lenta formazione della lucida ed impietosa consapevolezza, del tutto inusuale rispetto alla consueta retorica del reducismo, di stare dalla parte del torto nel grande tribunale della storia. Nel testo si racconta perfino di un caso di autolesionismo da parte di un alpino che vuole ad ogni costo fare il cuciniere . In estrema sintesi la maggioranza dei soldati italiani combattenti nell’ansa del Don, che ha già fatto le campagne di Francia e di Grecia, ha imparato a distinguere la differenza di fondo tra aggressori ed aggrediti, con conseguenze facilmente intuibili, anche se non espresse esplicitamente, sotto l’aspetto dell’impegno. Dal punto di vista della tradizione letteraria, evidente traspare l’impronta tolstoiana nel sottolineare la partecipazione del popolo russo, senza distinzione tra militari e civili, alla difesa dall’ingiusta aggressione e, correlativamente, l’avvilimento dell’esercito aggressore che sente di essere dalla parte del torto, ma poi si sente che la somiglianza con Tolstoi finisce qui. Il fatto è che anche in Il sergente sulla neve affiora non soltanto la questione della guerra o con la pace, ma anche la questione femminile. Propriamente non esistono donne che si presentino direttamente alla ribalta, se non, fuggevolmente, pazienti e comprensive contadine russe. Di donne però gli alpini parlano continuamente in una prospettiva totale di vita, a partire dalla “fidanzata”. Anche se la semplicità “populista” dei cuori dei contadini e dei pastori che fanno il soldato si volge spesso in scherzo, si sente che si tratta di un problema serio, anzi del problema fondamentale di una vita da fare insieme. Così Mario Rigoni Stern ricorda “un alpino, sempre attivo, con la barba secca e rada, porta – arma tiratore veramente in gamba della squadra di Pintossi Lo chiamavano “il duce”. Indossava un camicione bianco più lungo di lui, cosa che, camminando, questo s’impigliava sempre sotto gli scarponi, scatenando una fila di bestemmie che lo sentivano anche i russi. Si impigliava spesso anche fra i gabbioni di filo spinato che portava con il suo compagno e allora neanche tirava il fiato per bestemmiare e includeva la naia, i reticolati, la posta gli imboscati, Mussolini, la fidanzata, i russi. Sentirlo era meglio che andare a teatro” . Giuanin, che domanda ossessivamente al “sergentmagiùr” “ghe rivaram a baita?” vuole anche sapere da lui “se avrebbe sposato la sua ragazza” . E “Marangoni un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: ‘E’ la morosa’ diceva” . Rigoni nota che “sui pali di sostegno del bunker erano inchiodate cartoline con fidanzati, fiori, e paesi tra le montagne” e che “erano in gamba gli esploratori, tutti dello stesso paese, Collio Valtrompia, e tutti parenti fra di loro, o per lo meno uno faceva all’amore con la sorella dell’altro. Avevano una parlata tutta particolare e gridavano sempre. A quel modo scesero incontro ai russi. E allora, nella notte fredda, dopo una raffica di mitra russo sentimmo Buogo che chiamava: ‘Cenci! Cenci! Tenente Cenci!’ e Cenci, dal suo caposaldo, gridare: ‘Bogo! Di’, Buogo!. Come si chiama la tua fidanzata? E ripeteva: ‘Come si chiama la tua fidanzata?’”.
In questo contesto, tutto si presenta come sacro: già il primo anello della catena d’amore è sacro, e quindi è già sacra la persona della fidanzata che ha fatto la promessa. Non è lecito per persone degne di questo nome mancare alla promessa: da un altro racconto sappiamo che Rino, il grande amico di infanzia di Mario Rigoni Stern , cerca la morte quando apprende dall’ultima lettera che riceve che la fidanzata l’ha abbandonato per un altro . Nella sua apparizione Sarpi, “il più anziano, il più giusto” ricorda che, nell’universo religioso e culturale degli alpini, anche la fidanzata è già consacrata in nome della sua promessa di diventare moglie e di far di tutto per diventare anche madre: “Forza ragazzi, dobbiamo continuare a restare insieme, la mia fidanzata, laggiù in Sicilia, mi aspetterà sempre. Non è così brutto il mondo che abbiamo lasciato. L’amicizia è il legame più forte” . In questo ciclo sacro, tutto allora collima: così il bresciano Minelli, con le gambe fracassate, piange e ricorda il figlio che ha lasciato a casa: “el me scet, el me scet, il mio bambino, il mio bambino” . Così la moglie, al centro della catena sacra, acquisisce fisionomia di santità. Durante la prima guerra mondiale “nel Trentino nacque una canzone popolare: si racconta di una sposa che parte dal paese e va a cercare il padre dei suoi figli: ‘Quando fui sui monti Scarpazi miserere sentivo cantar. T’ho cercato tra i venti e i crepazi ma una croce soltanto o trovà”. Allora grida ‘Maledetta sia sta guèra” e vorrebbe seppellirsi in quella neve per restare vicina al suo uomo”.
Si comprende allora come la presenza di Tolstoi, che pure ha accompagnato Mario Rigoni Stern nell’impostazione de Un sergente nella neve, finisca per svanire. La torbida e inquieta licenza romantica, evolutasi in decadentismo, di Anna Karenina e di La Sonata a Kreutzer non può aleggiare sulla storia di un Altipiano quale Mario Rigoni Stern ha conosciuto. Si avverte allora come, dopo Il sergente nella neve, i riferimenti culturali siano altri, compresi tra il Logos di Goethe e l’Agape di Dostojevskij, attraverso la sintesi mediatrice di Dante. Tanto il poeta tedesco quanto il grande romanziere russo si addentrano nell’“eterno femminino” che indica all’uomo le vie del vero e del bene, che conducono all’eternità nella sua capacità di aggregare comunità spirituale , mentre la sintesi di Dante giunge al passaggio dell’umano al divino attraverso il dono dell’amore gratuito che in questo senso è totale: “nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo, nell’eterna pace, così è germinato questo fiore”.
L’opera prima rinvia per naturale passaggio alla Storia di Tonle. E’ lo stesso Rigoni Stern ad avvertirci: tra le sue opere egli ha detto, senza esitare, “il Sergente è la più importante, Tonle è la più bella” . Tonle è il “comunista” (nel senso letterale del termine), dei Sette Comuni dell’Altipiano di Asiago che gira per tutti i territori del vasto Impero asburgico un po’ per necessità e per spirito di avventura, e un po’ perché fuggiasco da una condanna inflittagli per una ribellione contro una guardia di confine italiana. Ma lo spirito rimane quello comunitario, tanto è vero che torna alla sua baita che ha un ciliegio nel tetto nei tempi forti dell’anno che sono soprattutto quelli del Natale (con il grande freddo) e della Pasqua. La comunità che egli prende in considerazione non è però una comunità qualsiasi: è la comunità cristiana, formatasi ab antiquo, con la sacralità della sua storia che procede dalla notte dei tempi (dai tempi di Adamo, canta il coro natalizio), e si diffonde capillarmente con la discesa della popolazione dalla culla bavarese, e con la sacralità delle persone, la moglie, i figli, la vecchia madre, gli amici, che sono tanti, che non tradiscono. Il centro di questa sacralità è la persona della sposa, che non solo sempre attende lo sposo, ma mai prende in considerazione neppure la semplice ipotesi di infedeltà, perché è donna nella sua perfezione sigillata dalla triplice promessa di fidanzata, di sposa e di madre. Pertanto il coniugio tra i due sposi è sacramento nel senso letterale del termine, è amore senza riserve che non ha paura neppure di quello che è potrebbe accadere in termini di figliolanza: per questo Mario Rigoni Stern trova giusto fare commentare addirittura dall’arciprete quella che è addirittura la fusione di Tonle con la sua sposa.
I canti che ancora all’inizio del XX secolo sono cantati in coro dalla popolazione in occasione delle grandi feste liturgiche (soprattutto a Natale e a Pasqua) si trasmettono in via diretta da molti secoli, sicuramente da quando, tra il XII e il XIII secolo, la presenza nell’Altipiano di Asiago della gente che Mario Rigoni Stern definisce “cimbrica” si stabilizza nelle istituzioni comunitarie del Reggimento dei Sette Comuni. Si tratta di gente di origine, di schiatta e di cultura bavarese, la quale si esprime in un linguaggio che ha precise e inconfondibili caratteristiche fonetiche, grammaticali, sintattiche e semantiche in un contesto spaziale volutamente tenuto in dimensioni leibniziane, senza porte e finestre rispetto all’impostazione originaria. Come suona lo stesso cognome di Tonle, Bintar, che corrisponde al sostantivo della lingua germanica attuale Winter, che significa “inverno”, la lingua fortemente conservativa della gente stabilita nell’Altipiano dei Sette Comuni mantiene nei testi degli antichi cori la b e la a aperta della lingua alt – deutsch, per nulla curandosi della successiva evoluzione successiva che le muta rispettivamente in w e in e, e che riduce allo iotacismo puro il dittongo ie.
Ancora più importante è la tendenza alla chiusura a riccio verso l’esterno, soprattutto quello più vicino ed immediato. Suscita infatti una certa curiosità il vedere come questi testi siano straordinariamente privi di apporti neo – latini nonostante che la popolazione di riferimento sia totalmente immersa nello spazio della lingua parlata nella Serenissima Repubblica di Venezia con la quale sono fittissime le relazioni di ogni genere. Si tratta di una scelta voluta che riguarda non solo la tradizione fonetica, ma anche i contenuti culturali con essa trasmessi. Se ancora nel Novecento il testo del canto natalizio mantiene la cronologia vetero - testamentaria, già messa in dubbio da Paolo , “dopo quattromila anni che Adamo ha peccato…” , è perché è ancora ben presente e ben operante il rifiuto categorico di qualche cosa che è venuto dopo e contro la formazione della mentalità comunitaria. Si tratta infatti del rifiuto tanto dell’umanesimo orientato verso il recupero del paganesimo e verso un’individualismo, non importa se neo - pagano o luterano, quanto dell’orientamento meccanicistico della rivoluzione postcopernicana.
Tuttavia la scelta consapevolmente voluta dalla tendenza comunitaria tanto della Chiesa quanto dalla società civile che ha la sua origine nella culla bavarese può reggere fin quando regga il piccolo equilibrio dell’interfaccialità tra società civile e società religiosa, per cui la stessa società può dirsi bifronte, uscendo intera e compatta dalla sfera ecclesiale per passare altrettanto intera e compatta nella sfera politico – sociale. Non può conservarsi invece nell’orizzonte della storia contemporanea, la cui universalità postula che negli stessi territori convivano persone e popoli di diverso credo religioso, di diverse nazionalità, di diversi pensieri e scelte politiche, economiche e sociali. Altrimenti può emergere forte, se non addirittura irresistibile, la tentazione di unificare la società con una sorta di purificazione religiosa, etnica, culturale, politica e sociale, eliminando il diverso rispetto alla o alle tendenze dominanti o riducendolo alla condizione di schiavo impotente di pensare e di agire autonomamente.
E’ questa una tendenza che, in mezzo ad una confusione generale, si rivela durante la prima guerra mondiale. Tonle Bintar, che intanto comincia a sentir parlare dai suoi compagni del lavoro di socialismo , quando viene beccato dai soldati austriaci nella casa che invece avrebbe dovuto abbandonare, suscita interesse ed anche consenso tra i militari che lo interrogano fin quando percepiscono che conosce bene la lingua tedesca e che ha fatto il servizio militare agli ordini del maggiore, ora feld – maresciallo von Fabini, ma sciupa tutto, meritandosi il campo di concentramento riservato alle persone sospette, per il solo fatto di aver dichiarato di essere “solamente un piccolo pastore e un vecchio proletario socialista”.
Il discorso aperto da Tonle e dai suoi interlocutori per il momento resta interrotto per mancanza di soluzioni. Viene però trasmesso alle nuove generazioni alle quali il “piccolo pastore e il vecchio proletario socialista” ha consegnato, per così dire, la staffetta. Dopo la prima guerra mondiale, tra le diverse proposte che si sovrappongono, una sola soluzione è ormai certa: non è più possibile la Gemeinchaft interfacciale della stessa società che è insieme Chiesa e Stato. La scelta è in un certo senso obbligata: occorre scegliere tra la rivoluzione nazionale e la rivoluzione sociale. Quanto è avvenuto in Europa dopo il flop di Wilson e dopo la riduzione della rivoluzione sociale al “socialismo in un solo paese”, obbliga, negli anni Venti, alla scelta della rivoluzione nazionale. A questo punto, per una persona che, come Rigoni Stern, è nutrito di cultura tedesca, è necessario compiere un’altra scelta, ed è quella di scegliere tra la rivoluzione nazionale italiana e la rivoluzione nazionale tedesca. Anche in questo caso la scelta può dirsi anch’essa obbligata, in quanto ben poche attrattive possono esercitare tanto la Repubblica di Weimar e il suo pluralismo senza fattore di aggregazione, quanto il nazionalsocialismo che può attrarre soltanto coloro che siano completamente dentro ai confini tedeschi. Ma la rivoluzione nazionale italiana conduce allora a Mussolini, che la incarna nell’etica della potenza, vale a dire con l’adozione della dialettica antitetica, che significa guerra. E così, logicamente, dopo la globalizzazione incompiuta di Tonle, si succedono conseguenti i romanzi e i saggi sul periodo tra le due guerre, L’anno della vittoria e Le stagioni di Giacomo . Essi conducono fino all’inizio della seconda guerra mondiale, quando Mario Rigoni Stern, proprio nel giorno in cui comincia la prova dell’Italia nella seconda guerra mondiale, cerca di “fare convinto Marco, un comune amico, che la guerra “sarebbe finita in fretta perché Francia e Inghilterra erano ormai vinte e che, prima dell’inverno, sarebbe ritornato a casa giusto in tempo per passare i mesi con le notti lunghe accanto alla sua Maria” . Fino a questo punto tutto è ancora chiaro: si tratta dell’inevitabilità della dialettica antitetica, scelta tanto dalla rivoluzione nazionale (lotta tra gli Stati) quanto dalla rivoluzione sociale (lotta di classe). L’alternativa esiste ed è la pace. Ne sono convinti soprattutto i cristiani: così il popolo che affolla il VII Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Genova nel settembre del 1923 trasmette alla nuova classe politica da poco giunta al potere il messaggio che vuole la pace , così in Germania viene impiantato e lavora attivamente, appoggiato dalla Conferenza Episcopale tedesca, il Friedensbund Deutscher Katholiken in nome di Benedetto XV , così Luigi Sturzo, estromesso da ogni potere dopo averlo sfiorato nel 1920, fonda l’Internazionale bianca per rafforzare soprattutto le prospettive di pace nel continente europeo , così, sempre per iniziativa dello stesso Sturzo e per contributi soprattutto del domenicano Mariano Cordovani, nel periodo tra le due guerre viene aggiornata la dottrina cattolica della guerra giusta che, se prima era considerata tale quando veniva dichiarata con le debite forme e garanzie da un governo legittimo, adesso viene ridotta al solo caso della resistenza all’ingiusto aggressore . Lungo questa traccia Pio XII, nel discorso radiofonico del 24 agosto 1939 cerca, con la famosa frase ad effetto “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”, di salvare la pace dalla convergenza temporanea della rivoluzione nazionale di Hitler e della rivoluzione sociale di Stalin, divisi in tutto ma uniti dell’adozione della dialettica antitetica , pochi giorni dopo concede il pur sofferto lasciapassare alla Polonia perché resista, all’occorrenza anche con le armi, all’ingiusta aggressione di Hitler . Qualche mese dopo, il 10 maggio 1940, il Papa invia anche messaggi di solidarietà ai sovrani e ai popoli del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo in quanto colpiti da ingiusta aggressione.
Stretta dalle morse di destra e sinistra, la pace, confusa con il pacifismo, termine allora impronunciabile, non gode di buona fama. Tuttavia, dopo le esperienze delle campagne di Francia, d’Albania, di Russia, la linearità della scelta nazionale italiana prima si arresta, poi si incrina e, infine, si rovescia nel contrario. Insieme con i suoi commilitoni che insieme con lui stanno facendo le stesse esperienze, sono addirittura due le lezioni che Mario Rigoni Stern riceve e medita: l’aggressione non paga; la rivoluzione nazionale, quale unità del genere umano come specificazione dei popoli, può realizzarsi non già nei termini imperialistici del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco bensì correlativamente alla rivoluzione sociale che si presenta quale unità del genere umano nel suo complesso.
Da allora Mario Rigoni Stern percorre avanti e indietro e indietro avanti la storia europea per portarla ad unità di comprensione, mettendo naturalmente al centro il punto nodale della seconda guerra mondiale. Tutto risulta allora più chiaro.
Le tre stazioni del calvario del soldato italiano nella seconda guerra mondiale, vale a dire la Francia, la Grecia e la Russia, fanno sì che, ripreso il suo posto nel Regio Esercito dopo il “prodigioso ritorno” dal fronte russo, Mario Rigoni Stern rifiuti senza tentennamenti l’invito ad entrare nelle formazioni fasciste o nazionalsocialiste. Non è il solo: la grande maggioranza dei soldati italiani fa lo stesso. Non è solo questione di scelta, tra due opzioni: tanto il fascismo italiano quanto il nazionalsocialismo germanico sono ormai squalificati, hanno perduto prestigio e credibilità, non hanno più carte da giocare nel tavolo della storia. Nel recente saggio L’ultima partita a carte viene riportato un episodio ancora più sintomatico: “un giorno di ottobre venne da Berlino una delegazione per convincerci ad arruolarci con Graziani. Ci avevano avvisato di questo arrivo con qualche giorno di anticipo e gli altoparlanti del nostro settore del grande Lager iniziarono a trasmettere canzoni patriottiche, di alpini, ma anche canzonette ‘romantiche’ come Mamma, Caro papà, C’è una chiesetta alpina. Prepararono una specie di palco addobbato da bandiere tricolori con il fascio al posto dello stemma sabaudo ed altre con la croce uncinata. Al di là del primo recinto erano in mostra grandi marmitte fumanti dove i cuochi mescolavano con il mestolo minestrone e pastasciutta. Arrivarono, parlarono: patria, fedeltà, onore, dovere, il Patto d’Acciaio, i nemici bolscevichi e quelli demoplutocratici, la Repubblica Sociale Italiana per la rinascita della Patria, un valoroso maresciallo. Un mese d’istruzione in campi appositi lì in Germania e poi in Italia a combattere contro i barbari invasori. ‘Voi che avete dato gloria alla patria combattendo in Francia, in Grecia, in Russia, fate un passo avanti!’. Noi vecchi sergenti: Baroni, Dotti, Bertazzoli, il e quelli giovani di grado ma non di naia Antonelli, Tardivel e il cappellano padre Marcolini ci eravamo messi in testa alle file. Facemmo un passo indietro. Nessuno uscì e i loro incitanti inviti si trasformarono in insulti; ma il vero insulto per noi erano le loro divise smaglianti, le loro tronfie parole, le loro decorazioni, i loro alti gradi, le loro persone ben curate e ben nutrite. C’erano generali e addetti militari diplomatici, forse anche l’ambasciatore Anfuso, ufficiali tedeschi delle varie armi e delle SS. Non sapevamo ancora delle camere a gas e di quello che succedeva nei campi di sterminio, né degli esperimenti che i medici tedeschi facevano su centinaia di ebrei e di prigionieri e donne russe. Non sapevamo. Ma avevamo visto le fosse comuni in Ucraina, le donne ebree costrette a pulire nella tormenta le stazioni ferroviarie polacche, i partigiani impiccati, i prigionieri russi che venivano mitragliati. I bambini affamati. Se ne andarono via scornati, indignati e delusi per la nostra viltà”.
Considerati vili e traditori, i prigionieri vengono mandati a languire nei campi della Mansuria, dove la Prussia Orientale muore nella steppa russa. E’ lì che Mario Rigoni Stern conosce prigionieri russi, E’ lì che tocca con mano l’internazionalità e l’universalità della storia contemporanea, che è fatta non di piccoli e meschini conati irrazionali, boriosi e crudeli delle singole nazioni e dei singoli gruppi sociali, bensì di iniziative di tutto il genere umano considerato tanto nella sua unità quanto nella sua pluralità. Nella correlatività di questo binomio ogni elemento comincia allora a riassumere la sua posizione :“Con Piotr – sostiene – parlavo una lingua che difficilmente altri avrebbero capito: a vocaboli russi venivano associati altri tedeschi, e poi francesi, italiani, veneti, latini, usbechi, ma ci capivamo, e questa era l’importante. Mi raccontò, aiutandosi con la mimica, che questi prigionieri feriti venivano dal fronte bielorusso dove si era scatenata una violenta offensiva invernale e i tedeschi, vinti, ripiegavano. I prigionieri avevano anche detto che inglesi e americani erano pronti per lo sbarco in Francia. Insomma entro pochi mesi la guerra sarebbe finita. Kaput voinà!” . . Mentre queste lingue sovrapposte, intrecciate e confuse, vengono ridotte al silenzio dalla solita repressione ricattatoria, “venne la sera. Sul cartoncino che uno di questi prigionieri, Anatolij mi aveva messo in mano erano disegnate una montagna verde, un cielo azzurro con le stelle, e, in basso, una casupola con la scritta ‘ Buno Natale’” . In questo campionario di umanità dolente ma serenamente intransigente nelle loro fedi e nelle loro convinzioni, “il vecchio polacco che lavorava con il mio gruppo si chiamava Johannes, non Ivan o Hans, e anche lui diceva che la sua casa era molto lontana, era un cattolico fervente, innamorato dell’Ittalia e di Roma dove c’era Petrus”.
Già nella campagna di Russia, Mario Rigoni Stern ha notato che questa varia umanità di prigionieri e deportati “umiliati ed offesi”, che i nazionalsocialisti disprezzano perché costituita da Untermenschen (sottouomini), una sua unità non solo ce l’ha, ma anche la suscita negli altri, ed è la compassione per le sventure umane che è il primo gradino che conduce all’amore. Nella sacca, Mario Rigoni Stern nella sua disperazione piomba in un’isba dove ci sono soldati sovietici armati e non solo riesce a farla franca, ma addirittura a farsi servire dalle donne, sempre gentili e delicate e compassionevoli . Quando è ancora stabile nel caposaldo, egli nota che “”sul fiume gelato vi erano dei feriti sovietici che si trascinavano gemendo. Sentivamo uno che rantolava e chiamava: ‘Mama! Mama!’ Dalla voce sembrava un ragazzo. Si moveva un poco nella neve e piangeva. ‘Proprio come uno di noi – disse un alpino: “chiama mamma”. Procedendo nella neve, si butta in un’altra isba. In essa, racconta “venne a bussare un tedesco. Entrò da noi e mangiò con noi. Dopo, seduto sulla panca, levò dal portafogli le fotografie. ‘Questa è mia moglie – disse- e questa è mia figlia’. La moglie era giovane e la figlia era bambina, ‘E questa è la mia casa’ – disse poi. Era una casa della Baviera, tra gli abeti, in un piccolo paese’” . “La stalla dove si dormiva era calda perché quasi tutta sotto terra, e poi la grande stufa veniva alimentata con il carbone che raccoglievamo lungo la ferrovia e che i fuochisti lasciavano cadere perché impietositi della nostra miseria. Anche dalle tradotte militari che andavano al fronte verso Leningrado cadeva qualcosa perché i cuochi dei soldati, nel vederci così malandati, esposti alle intemperie, cupi, certe volte facevano rotolare dalle scarpate rape, patate e cavoli che scartavano dal vagone cucina” . Ma c’è anche il rovescio: “Ogni tre giorni, puntuale e veloce, passava un treno tutto lucido, con vagoni letto e vagoni ristorante. Vedevamo come in un sogno passare tra le luci accese signore ingioiellate e con vestiti leggeri, ufficiali carichi di decorazioni sopra le ordinatissime divise, camerieri in giacca bianca e alamari d’oro che servivano cibi e bevande sopra candide tovaglie. Ma da questo treno mai non cadde una cicca o un pezzo di pane” . La parabola della contrapposizione tra il ricco Epulone e il povero Lazzaro non è un optional. Allo stesso modo un filo di compassione nel senso letterale della parola congiunge perfino i prigionieri trasferiti nel Lager 605 GW della Stiria con i devoti locali di Sant’Ubaldo che li trattano con tutto rispetto nel segno della comune umanità.
Tornato in Italia Mario Rigoni Stern si collega agli episodi di resistenza che hanno coinvolto l’Altipiano di Asiago nel lungo biennio tra il 1943 e il 1945, in cui la guerra è già decisa ma non ancora compiuta, ma sente acuto e conturbante il complesso del reduce mentre quasi nessuno dei suoi amici e compagni, a cominciare dall’indimenticabile Rino, è tornato. La ricchezza adamantina e tetragona della sua personalità che non cede ai colpi di ventura emerge ancora una volta in un periodo che, per certi riguardi, è ancora più difficile della guerra maledetta e perduta: sposa una sua conterranea del ramo dei Bischofar ormai italianizzato in Vescovi e dalla fusione nascono tosto uno due, tre, quattro figli. Nel lavoro burocratico egli trova superata la loro tendenza di giudicare nei termini di equilibrio nazionale la storia contemporanea. Ad un certo punto trova perfino superata anche le impostazioni dello stesso europeismo e dell’occidentalismo. Ben tre volte, dal 1971, egli si reca nei teatri di operazione del Don, della Bielorussia, del Volga, nel cuore della Rus: ogni volta chiede, si informa, chiarisce e viene interrogato. La Piazza Rossa di Mosca gli dà occasione di meditare sulla parte più antica della storia russa che, per quanto illustre, non dà conto dell’epopea di tutto un popolo capace di rigettare l’invasore non solo per conto suo ma anche per conto di tutto il genere umano. “Nei lunghi silenzi –nota Mario Rigoni Stern – ripensavo epoche storiche lontane e recenti”. Tuttavia si domanda se tutti questi ripensamenti non siano “reminiscenze letterarie”. Ben altro urge nel crogiolo della storia contemporanea di cui Mosca è certamente la pietra miliare. Infatti “la gente, moscoviti, cittadini di ogni parte dell’Unione Sovietica, turisti, studenti del terzo mondo, mi fece apparire anacronistico quel meditare. A ben guardare, Mosce era veramente il più grande villaggio della terra, e il cambio della guardia del mausoleo, in perfetto sincrono con il battere dell’ora sulla Torre del Salvatore, mi riportava a un’altra realtà: alla Rivoluzione d’Ottobre, che sconvolse il mondo, a Lenin, a Stalin, all’Armata Rossa. Ma anche a Gagarin” . Il criterio che richiede la storia contemporanea induce dunque Mario Rigoni Stern a considerare il genere umano nella sua unità secondo la specificazione dei diversi popoli, allo stesso modo che lo induce a considerare il genere umano nell’unità della sua totalità (comunismo quale comunione del genere umano). In questo senso ha presente l’eroica ed efficace resistenza del popolo russo all’aggressione nazionalsocialista, resistenza che egli per qualche tempo sembra attribuire alla guida di Stalin, per cui preferisce chiamare la città – simbolo della resistenza sovietica Stalingrad invece che con la nuova denominazione Volgograd . Ma poi sia per studi e per riflessioni personali, sia per conversazioni con gente del luogo non solo lascia cadere il mito di Stalin, ma, ne La Stampa del 18 febbraio 1990, parla di “un reduce dell’Armata Rossa che è vissuto che è vissuto per quarantadue anni nelle foreste e nelle paludi della Bielorussia” perché “se l’era presa semplicemente perché un giorno del 1947 aveva sentito denigrare il maresciallo Zukov”, lo stratega della marcia da Stalingrado a Berlino, “in quel tempo caduto in disgrazia presso Stalin” . Stalin non può rientrare nella tradizione della liberazione del genere umano in quanto caduto nella diabolica tentazione del dominio fatto di ricatti, di terrorismo, di calunnie. Due anni prima, Mario Rigoni Stern si è recato per la terza volta in Unione Sovietica dove l’età della perestroijka di Gorbaciov, l’atmosfera ha completamente cambiato il tenore del dibattito ideologico degli anni Sessanta ancora incentrato sull’ortodossia marx – leninista. A Bujloka, una località sul Don, sente un intellettuale, Nikolaj Samveljan, parlare di un “nuovo umanesimo” e di Dmitrij Likhaciov, pensatore contemporaneo con il quale ha ora finito un libro, Dialoghi su ieri, oggi e domani; ‘L’umanità si trova a una svolta: il prossimo secolo deve essere il secolo della cultura umanistica o non sarà del tutto. Diverso deve essere anche l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura che è la sua grande madre. Bisogna combattere contro tutti i tipi di divisione nazionalistica…”. Mario Rigoni Stern si riporta allora “intensamente a quello che era avvenuto in quell’ormai lontano inverno, quando ognuno di noi apparve nell’altro quello che era, nella generosità e nell’egoismo”.
Ormai si staglia con chiarezza l’orizzonte cui si riferisce l’intellettuale di Bujloka: dopo l’inammissibilità del nazionalismo, dopo il tramonto del “socialismo reale” si tratta di tornare alle origini di quel processo dal quale sono sorte le tre grandi rivoluzioni ottocentesche nel crogiolo dell’ultima rivisitazione globale del cristianesimo che è stata fatta nel periodo della Restaurazione. Si tratta allora di capire nelle loro radici non solo storiche ma teologiche segnalate già da Proudhon, perché le speranze di una nuova aurora del genere umano, coltivate dal giovane Tolstoi, da Schlegel, da Hegel, dal giovane Bakunin, da Manzoni, da Rosmini, dal D’Azeglio, siano andate disperse e deluse dalla scelta contraddittoria della dialettica antitetica che, se distrugge il diverso, distrugge insieme se stesso. Incapace com’è di qualsiasi rapporto, a cominciare da quello originario tra Dio e il mondo, il rovesciamento in dialettica antitetica della dialettica della comprensione e del rispetto dell’altro finisce per rendere impossibile ogni rapporto e per ridurre la realtà ad una dimensione.
La meditazione intesa e continua su quello che è ormai il suo lungo, attento percorso della sua esistenza operosa e significativa per l’umanità del nostro tempo di cui ha colto l’universalità partendo dal suo piccolo mondo antico, sta gradualmente riportando Mario Rigoni Stern alla fonte della vita. “Padre Marcolini, una delle presenze confortanti delle tragiche vicende del 1943, mi aveva donato un piccolo Vangelo. Incominciai a leggere. Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi aveva portato a questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini liberi non erano quelli che ci custodivano, tanto meno quelli che combattevano per la Germania di Hitler Che noi lì rinchiusi eravamo uomini liberi”.
Ricordando quei giorni dalla sua Asiago il 15 aprile 2002, Mario Rigoni Stern. “con il primo sole, esce a fare una breve passeggiata con il cane Sirio. Con dieci giorni di anticipo ascolta il canto del cuculo. E’ un buon segnale e il cuore si è rallegrato”. Come già nel 1988, su quello che era stato il “fronte del Don” si affaccia il muovo umanesimo che poggia su due pilastri e una strada. I due pilastri sono da una parte il ripudio di ogni forma di nazionalismo e di particolarismo e, dall’altra, la natura. La strada è la libertà, la condizione di uomo libero che trova chi, “vita rifiuta” di abiezione e di servilismo. Tra i due pilastri si snoda la strada lungo la quale corre verso il Discorso della Montagna, il codice della giustizia particolarmente adeguato all’universalità della storia contemporanea, che non fa più alcuna differenza tra Greco e Romano.
Tuttavia il Discorso della Montagna non è l’ultima parola del “nuovo umanesimo”. Vi sono altre due montagne da scalare per gli alpini del nuovo umanesimo: la giustizia senza amore è monca. Lo sa bene del resto lo stesso Rigoni quando, impiegato al Catasto, non esita di sfidare la denuncia dell’”ispettore superiore” per salvare dalla rovina due povere donne smarrite nel nuovo modello della “denuncia dei redditi” . La seconda montagna è la rivelazione che, Dio che è carità, chiede all’uomo di amare il prossimo suo come se stesso , ma l’ultima vetta va ancora oltre perché chiede all’uomo non solo di perdonare, ma anche di amare il nemico come se stesso . Come tutto ciò che vive, l’antropologia, situata nella posizione intermedia di coscienza del mondo, non può restare così com’è: o si proietta verso la divinità, unendosi con essa, oppure innesca la marcia inversa per il ritorno all’animalità: “no cultura, sì natura”

Danilo Veneruso