Laudatio del prof. Eugenio Buonaccorsi

Laudatio del prof. Eugenio Buonaccorsi

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A metà degli anni Cinquanta un giovane, dalla figura elegante, lo sguardo febbrile di chi ancora interroga il mondo più che conoscerlo, laureato in giurisprudenza ma appassionato soprattutto di cose artistiche, inseguiva a Genova il sogno di fare della bellezza un campo di attività utili allo sviluppo della sua città.
Il suo nome era Mario Porcile. Alle spalle aveva poche esperienze professionali. Tra il 1947 e il 1953 aveva curato una serie di concerti di musica da camera. Il suo debutto era avvenuto al Piccolo Teatro Eleonora Duse in piazza Tommaseo. Poi si era dedicato a organizzare spettacoli di danza all’interno delle stagioni della Giovane Orchestra Genovese al Carlo Felice. Durante l’estate del 1952 propose una serie di spettacoli all’aperto. Pur avendo incontrato le normali difficoltà del principiante, non si era smontato, anzi aveva maturato una più tenace volontà di dare un proprio contributo alla vita culturale genovese, che allora scontava, dopo le traversie della guerra, gravi impacci. Nel 1953, aveva promosso a Genova, insieme con Ugo Dell’Ara, primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano,una scuola di danza. In quell’ambito formò una covata di talenti che avrebbero presto conquistato buona fama, da Paolo Bortoluzzi a Vittorio Biagi, da Mimmo Del Prete a Gildo Cassani. L’anno dopo andò a lavorare, per qualche tempo, come consulente presso la Compagnia del Marchese De Cuevas.
Tutte queste iniziative avevano assunto un certo rilievo. Avevano destato l’interesse degli addetti ai lavori. Erano state recepite con favore da un pubblico ristretto ma fedele. Avevano ottenuto la stima dei critici, della stampa, degli amministratori pubblici.
Mario Porcile, però, non si accontentava. Aveva una personalità forte. Voleva qualcosa di più importante. Coltivava un progetto ambizioso, al di là di quanto il senso comune e la prudenza potessero consigliare. Una sfida nella quale buttare la propria vita e giocarsi tutto. Stava infatti valicando la linea d’ombra, che marca il congedo dalla giovinezza; aveva percepito con inquietudine il rinchiudersi di un cancelletto alle proprie spalle e temeva di separarsi dalle sue utopie. Era, insomma, in attesa di incontrare il suo destino. Un destino che gli consentisse di diventare ciò che era.
Si imbatté nell’occasione giusta nel 1954. Sempre col coreografo Ugo Dell’Ara, aveva messo a punto la proposta di fondare un Festival Internazionale del Balletto. Occorrevano notevoli risorse finanziarie e solide strutture organizzative. Porcile aveva osato perché il suo sismografo di uomo sensibile agli umori impalpabili e alle idee che solcano il tempo aveva captato i primi indizi di un positivo cambiamento nel clima culturale.
Il sistema dello spettacolo a Genova era uscito distrutto dalla catastrofe del secondo conflitto mondiale. Un osservatore attento come Enrico Bassano aveva parlato di “Stalingrado dei teatri”. Quasi tutte le sale aveva subito danni ingenti, molte erano state rase al suolo. La ripresa era stata avviata ma si presentava faticosa. Il generoso tentativo di costituire un Teatro Stabile, sul modello del Piccolo di Milano, aveva attraversato fasi confuse, anche se animate da personalità di valore, tra cui Gian Maria Guglielmino, Giannino Galloni, Aldo Trabucco, Enrico Bassano, Nino Furia, Giulio Cesare Castello, che si spesero senza calcoli di tornaconto personale e accumularono grandi meriti. Aveva nuociuto una erraticità della sede, uno scindersi e unificarsi e ancora ridividersi dei gruppi, una fragilità delle basi produttive e delle disponibilità economiche, carenze istituzionali e organizzative. Finché, a cinque anni dalla nascita, nel 1955 si determinò una svolta: la direzione venne affidata a Ivo Chiesa. Cominciò così un periodo fortunato, che, grazie alla collaborazione di Luigi Squarzina, a una compagnia di attori dalla spiccata individualità e una serie di spettacoli di notevole livello, compose pagine fondamentali nella storia della scena di prosa italiana.
Il teatro lirico non godeva di altrettanto spolvero. Al di là dell’eclettismo dei cartelloni, che forse era dettato da un bisogno di raccogliere nuovamente intorno a sé un pubblico disperso, agiva come remora la mancanza di una sede adeguata. Il repertorio trovava ospitalità ora in questa ora in quella sala reperita per la circostanza oppure in quello che restava della costruzione del Barabino recuperata dopo un devastante bombardamento.
Il balletto, poi, rivestiva la parvenza di un fenomeno del passato, rimosso o sconosciuto.
In tale contesto, in cui si sovrapponevano contraddittoriamente spinte verso il nuovo, permanenze di vecchi ritardi, incertezze e preoccupazioni per un presente dai contorni indistinti, la coppia Porcile/ Dell’Ara decise di andare all’assalto del fortino della routine, del tran tran, dei conformismi intoccabili. Di fronte al ristagnare di inerzie e pregiudizi, l’unico modo di essere realisti, e cioè all’altezza dei compiti che la situazione imponeva, era forzare, scegliere la fuga in avanti. E così si comportarono i due giovani, con la loro determinazione di creare a Genova, e cioè in una città che non era l’ombelico della nazione, un’impresa di caratura mondiale, ovvero una rassegna della più interessante produzione ballettistica contemporanea, collocata nel suggestivo quadro dei Parchi di Nervi.
Ma come trovare nella politica gli interlocutori capaci di accogliere l’opportunità tutta promessa ma ancora da dimostrare di quel nobile azzardo? Nessun amministratore avrebbe messo a repentaglio le proprie rendite di posizione per puntare su una carta così rischiosa. Per fortuna, come dice Shakespeare, “ci sono più cose tra il cielo e la terra di quanto ce ne stiano nella nostra testa”.
Il Sindaco Pertusio e il Vicesindaco De André colsero le fertili potenzialità di quella idea, destinando alla sua realizzazione i necessari fondi finanziari e delegando all’Ente Manifestazioni Genovese l’onere di risolvere gli aspetti organizzativi.
L’inaugurazione avvenne l’8 luglio 1955. E fu subito trionfo. La strategia dei direttori era chiara: riattualizzare nel nostro paese i fasti d’antan del balletto, allestendo una affascinante vetrina in cui far sfilare le migliori compagnie italiane e straniere. Un certo gigantismo spettacolare sembrò venir bene per generare immediatamente un deflagrante impatto. Così il Balletto Nazionale di Zagabria aprì con 140 interpreti sul palco. Poi, nei giorni successivi, fu il turno di una étoile come Alicia Markova, cui seguirono Milorad Miskovitch e il balletto del Marchese De Cuevas, Harald Kreutzberg, l’American Dance Theatre. Per la prima volta presentarono il loro lavoro in Europa tre grandi coreografi come Arthur Mitchell, John Butler e Glen Tetley. Chiuse il Balletto Imperiale di Tokio “Azuma Kabuki”, formato da 120 artisti tra danzatori, musicisti e attori.
Furono sei rappresentazioni, in esclusiva per l’Italia, che suscitarono vasta risonanza e nell’insieme costituirono un sorprendente avvenimento culturale
Si fissarono già da quell’esordio le linee ispiratrici di un’azione che si sarebbe protratta a lungo, imponendo nuovi protagonisti e modificando il gusto corrente.
I principi fondamentali di quell’impostazione consistevano in una coesistenza di tradizione e di innovazione, in una meritoria opera di aggiornamento, in un assortimento di tendenze diverse senza tuttavia provocare stridenti contrasti, in una consapevole valorizzazione della convergenza di disparate componenti (scene, costumi, musiche, coreografie).
Anno per anno il Festival, di cui assunse la direzione unica Mario Porcile, crebbe, raggiunse la sua maturità e divenne un appuntamento imperdibile per chi amava la danza.
Da tutto il mondo convenivano a Nervi per farsi commuovere, sedurre, stupire dalla creatura di Porcile. Occorreva un ricco bagaglio di conoscenze in vari ambiti per ottenere questo straordinario esito. E lui ne era in possesso. Raffinato conoscitore della più significativa produzione ballettistica mondiale, sagace autore di cartelloni allettanti, manager efficiente in grado di gestire budget talvolta inadeguati e stilare avveduti piani finanziari, esperto referente di una serie di relazioni pubbliche di alto profilo propizie sia per strappare scritture di artisti considerati quasi inavvicinabili sia per attirare una audience che facesse opinione, Porcile venne consacrato come un’autorità dell’universo ballettistico.
Nell’arco dei quarant’anni della sua conduzione, il Festival Internazionale di Nervi si è conquistato un’aura che ne ha fatto la manifestazione più ammirata nel suo genere, un punto di arrivo di luminose carriere artistiche, un fiore all’occhiello di Genova.
Basta scorrere l’elenco degli artisti e delle compagnie che si sono avvicendate nella magica cornice dei Parchi. La lista è interminabile. Sembra di sfogliare una enciclopedia della danza contemporanea. E vi troviamo il Gotha dell’arte coreutica.
Qui si sono esibite le scuole di Francia, Inghilterra, Spagna, Russia, nelle quali una intera tradizione costantemente rivivificata si compendiava. Qui si è entrati in contatto con ancora scarsamente note formazioni africane e con trascurati esempi della danza folklorica europea. Qui sono stati ospitati coreografi e danzatori al di fuori dell’ordinario, i miti, i fuoriclasse: George Balanchine, Maurice Béjart, Serge Lifar, Yvette Chauviré, Vladimir Vassiliev, Ekaterina Maximova, Maja Plissetskaja, Mikhail Baryshnikov. Qui hanno brillato le stelle italiane Luciana Novaro, Luciana Savignano, Elisabetta Terabust, Liliana Cosi, Anna Razzi Qui hanno ricevuto il loro battesimo professionale giovani destinati a una ascesa strepitosa come Carla Fracci. Qui ha fatto la prima apparizione italiana una leggenda vivente come Nureyev, in coppia con Margot Fonteyn. Qui è stato possibile scoprire i nuovi fermenti, le ricerche e la sperimentazione, da Alvin Ailey e Alwin Nicolais a Birgit Cullberg.
Di fronte alla politica di quieto conservatorismo praticata dalla maggioranza degli enti lirici italiani, di cui ha fatto le spese anche l’attività didattica, Nervi ha svolto il compito di fornire alle giovani generazioni occasioni irripetibili di incontro con maestri carismatici e espressioni emergenti della danza contemporanea.
Con una programmazione mirata e un ruolo intelligente di committenza, il Festival ha inciso sulle metamorfosi del gusto di operatori e pubblico. E ha certamente dato un significativo apporto per favorire gli scambi tra la modern dance americana (con le esperienze che ad essa si collegano) e il balletto classico. La decisa contrapposizione iniziale tra modern dance e balletto classico oggi tende ad attenuarsi. Lo sviluppo della danza americana, sconfessato l’originario ostracismo, si è riappropriato in molti casi della tecnica accademica, mentre sul versante del balletto sono stati recepiti stimoli e influenze della modern dance, svincolandosi dalle forme chiuse e dai rigidi schemi simmetrici di estrazione romantica, per acquistare maggiore dinamismo e un nuovo rapporto con lo spazio. Il Festival ha continuamente mostrato attenzione per le prospettive aperte alla commutazione di linguaggi e tecniche diverse, per le soluzioni orientate a lasciare ampio margine all’invenzione individuale del coreografo al di fuori di norme e moduli codificati.
Mario Porcile è stato il demiurgo del Festival Internazionale del Balletto. Ha ricoperto un’ampia gamma di ruoli. Direttore artistico, regista, scopritore di talenti, impresario, light designer, scenografo. Ha incarnato l’anima di quella straordinaria impresa e insieme l’ha servita come un factotum. Da una parte girava il mondo per vedere gli spettacoli più importanti e allacciare fruttuose relazioni di lavoro, dall’altra si occupava dei viaggi e delle prenotazioni dei treni, delle cene, di tutto quanto quotidianamente occorreva per placare i frequenti capricci di molti dei suoi impareggiabili artisti.
E’ stato il nostro Diaghilev. Circondato dalla stima generale, ha messo a disposizione anche di altre istituzioni teatrali la sua competenza, specialmente nei ricorrenti periodi in cui il Festival di Nervi si insabbiava nelle complicazioni burocratiche o subiva un blocco per mancanza di finanziamenti . Allora il Teatro Regio di Torino, l’Arena di Verona, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro La Fenice di Venezia se lo accaparrarono con tempestivi contratti di collaborazione. E anche in questi casi si è fatto apprezzare per la perizia professionale e per le intuizioni pionieristiche, che gli hanno permesso di coinvolgere nei suoi progetti esponenti di prima grandezza del balletto di tradizione come Ludmila Tcherina, Tessa Beaumont, Bronislava Nijinska o innovatrici radicali come Carolyn Carlson.
Porcile aveva elaborato mano a mano una visione più articolata della manifestazione cui ha dato vita, ma non sempre ha trovato i mezzi pratici per realizzarla. Ha provato ad affiancare alla rassegna sui palcoscenici nerviesi pregevoli cicli cinematografici, che sono durati un lustro. E ha promosso l’apertura di uno spazio laboratoriale e di formazione con una serie annuale di stages a partire dal 1980. L’una e l’altra iniziativa, apprezzate dalla critica e dagli operatori, testimoniano la vocazione a un ampio respiro culturale, non sempre e non da tutti compreso.
I meriti enormi che Porcile vanta per la diffusione e lo sviluppo della danza in Italia hanno ricevuto vari riconoscimenti,.onorificenze e premi, da prestigiosi enti e istituzioni.
Nel bel libro che Monica Corbellini ha dedicato a Porcile, è pubblicato una sorta di promemoria, fissato velocemente su un foglio di carta quadrettata: in esso coesistono appunti di natura eterogenea, da “comperare sardo fresco” a “telefonare Terabust”, da “fave, patate, grissini” a “ricordarsi telef Nurejev”, da “telef per sapere mucca/autorità” a “ Merci Madame pour votre livre. Vive Serge Lifar”.
Questo è il segno della vita di Porcile, fluttuante tra cielo e terra. (Viene in mente il Pirandello de Il gioco delle parti, che mette in scena un cuoco-filosofo, dall’ammiccante nome di Socrate, il quale teorizza la necessità di zavorrare i voli del pensiero con il cibo). Ma è soprattutto una metafora della danza, di quest’arte che parte dalla materialità del corpo e ascende alle più elevate dimensioni spirituali.
Quelli del Festival di Nervi sono stati anni indimenticabili. A quei tempi i Parchi, con il capiente Teatro Taglioni e il più piccolo Teatro Cecchetti, sono sembrati il goethiano giardino delle Affinità elettive: un paesaggio dove l’intervento dell’uomo plasma la natura per realizzare un’esistenza piena, libera e armoniosa.
Nei magazzini della memoria, Porcile custodisce incontri con personaggi fuori del comune, episodi memorabili, emozioni profonde. Oggi però, quando fa l’orlo alla sua vita, costellata di entusiasmi e successi, indulge a una lieve malinconia. Nella sua autobiografia, il vecchio direttore racconta un film avvincente, tramato di Gala, ricevimenti e cene. E gremito di celebrità, invitati di riguardo, inviati speciali, radio, televisioni, spettatori partecipi. Ma del pari ricorda come la fine di ogni spettacolo lo riportasse alla caducità dell’impresa nella quale aveva profuso energie, idee, passione. Perché la verità principale del teatro sta nel suo essere effimero come la vita.
Un giorno il Festival Internazionale e la Nervi dei Balletti sono trasvolati da qualche parte. Forse in quelle che Italo Calvino chiamava “Le città invisibili” o in quello che Rilke definiva “il doloroso nessun luogo”.
Per molti, per gli amministratori locali, per i giornalisti, per gli operatori turistici, è una storia conclusa. Per Porcile, invece, è un fermo immagine.
Vi si vede Nureyev, in una delle sue piroette: è salito in alto, ha lasciato il suolo, ha vinto la forza di gravità e si libra nel vuoto.
In questo momento, prima che riatterri, mentre lo seguono e lo ammirano, lo sguardo rivolto all’insù, come lui sospesi a un’emozione, gli spettatori provano l’ebbrezza di affrancarsi dai vincoli del tempo e dello spazio, per vivere un attimo dalla durata infinita. Credono che quel danzatore provenga da un altro luogo. E’ il signore di un passaggio misterioso, il contrabbandiere che supera le frontiere proibite. La sua apparizione ha come fondale un abisso spalancato dal quale si slancia su di noi. Egli scrive nell’aria, col geroglifico d’un salto, il desiderio irresistibile di andare oltre i nostri umani limiti.

Eugenio Buonaccorsi