Intervista a Ivano Fossati

Intervista a Ivano Fossati

Ivano FossatiDal 10 ottobre Ivano Fossati tiene per gli studenti dell’Università di Genova il laboratorio di Linguaggi, figure Professionali e meccanismi produttivi della canzone, promosso dai corsi di studio triennale in Lettere e magistrale in Letterature moderne e spettacolo. L’abbiamo sentito in occasione di questa preziosa collaborazione.

Qual è lo spirito con cui si rapporta, in questa e in altre esperienze, a un uditorio di studenti?

Sono sempre più convinto che trasferire un po’ della mia esperienza a ragazzi che ascoltano con interesse sia la cosa migliore che possa capitarmi. Per contro, detto fuori da ogni retorica, non sono affatto sicuro che al termine di ogni incontro siano stati loro a ricevere di più. Parto sempre da un rapporto di parità, poi se la mia esperienza fa un po’ di differenza va bene, direi che è quasi scontato, ma io vado davanti agli studenti per avere uno scambio con loro. Capiscono subito l’approccio e questo funziona.

La musica può rappresentare anche oggi un interlocutore significativo per questa generazione di ragazzi?

Per loro è un linguaggio centrale nella comunicazione generale. I ragazzi si lasciano convincere dai messaggi che la musica porta e questo implica una bella dose di responsabilità per chi quei messaggi li lancia attraverso un mezzo così persuasivo. La musica può essere veicolo di cultura e di sensibilizzazione ma anche di aggressiva superficialità – basti pensare all’utilizzo che ne fa la pubblicità - perciò i giovani più attenti sono sollecitati a compiere una continua analisi dei contenuti, attraverso la propria sensibilità e il proprio gusto.

Cosa occorre che i giovani conoscano per rapportarsi al mondo della musica?

Devono avere consapevolezza che si tratta di un insieme di attività connesse fra loro: ciò che si vede e in genere li attrae è solo la classica punta dell’iceberg che spesso i media descrivono con faciloneria e semplificazione estrema. I mestieri della musica praticati a livello davvero professionale sono tutt’altro che semplici. Oggi in particolare sono in stretta relazione col mercato – sia fisico che digitale – e con l’industria musicale audiovisiva internazionale.

L'università intende coniugare sapere critico e conoscenza sul campo, aggiornata alla realtà contemporanea: quale contributo può provenire in questo ambito da una figura di artista e professionista come la sua?

Il contributo è appunto quello della conoscenza sul campo. Diverso è leggere saggi sulla storia della discografia (seppure ne esistano di interessanti), altro è avere di fronte qualcuno che con la discografia ci si è scornato per qualche decennio, sia qui in Italia che fuori. I saggi spesso sono scritti da chi la materia l’ha osservata dall’esterno.

Quali temi tratterà nello specifico nel suo corso?

Si partirà dall’invenzione della musica riprodotta, e attraverso una sorta di cronologia si arriverà alle innovazioni tecniche più avanzate, ai vantaggi artistici / commerciali che esse rappresentano per la cultura attraverso la musica pop. Inoltre analizzeremo in dettaglio le competenze professionali che costituiscono il cosiddetto “music business”, ovvero la parte sommersa dell’iceberg cui accennavo prima, la sala macchine dell’industria della musica e i suoi legami con radio, tv, cinema e pubblicità. Si parlerà di musica “alta” e di musica “bassa”, cioè di tutto quello che quotidianamente ci circonda.

I corsi triennale di Lettere e magistrale di Letterature moderne e spettacolo dell'Università di Genova hanno attivato negli ultimi anni specifici curricula in musica e spettacolo, scommettendo sul valore di un patrimonio culturale immenso del nostro Paese non adeguatamente valorizzato. Come vede questa scelta?

Siamo il paese di Rossini, Vivaldi, Paganini e Verdi: oggi entrare nel mondo della musica non significa dedicare una vita alle canzonette, quel modo di pensare è finito. C’è un orizzonte ben più vasto a disposizione degli studenti, una interconnessione fra generi e mondi musicali diversi. Il mio caro amico Morgan ha firmato la regia del Matrimonio segreto di Cimarosa portandola in scena con successo, io stesso ho pubblicato anni fa un album per il catalogo classico della Sony Music: è questo che intendo per orizzonte nuovo. Ed è lì a portata di mano, basta prepararsi adeguatamente.

In che termini definirebbe il contributo della canzone d'autore alla società e alla cultura italiane?

Il discorso sarebbe lungo: occorrerebbe partire dalle influenze straniere che hanno segnato la musica italiana in via di ri-formazione negli ultimi cinquant’anni, e il Nobel a Bob Dylan viene tempestivamente a chiarire quello che intendo. Certo le canzoni dei cantautori italiani più attenti hanno fatto molto, sfruttando quel fortissimo appeal sui giovani di cui parlavo prima. Sul fatto che siano state veicolo di cultura direi che ormai nessuno può avere dubbi.

Credo che la musica abbia rappresentato per lei una forma di impegno civile oltre che l'espressione di istanze artistiche soggettive. In che modo sta proseguendo tale impegno dopo l'abbandono dell'attività concertistica?

Finchè ho tenuto i miei concerti sono stato a fianco di Amnesty Italia, ma oggi quello che mi appassiona è proprio ciò di cui abbiamo appena parlato: trasferire quel poco di sapere ai ragazzi. Dentro la musica c’è spazio per crescere e capire cose che a prima vista appaiono lontane dagli argomenti strettamente artistici. In fondo il compito di un artista è osservare per saper raccontare. Dico sempre ai ragazzi che le canzoni prima ancora che con la musica e col proprio talento si scrivono con gli occhi.

Intervista raccolta da Raffaele Mellace
Coordinatore del Corso di studio magistrale in Letterature moderne e spettacolo
 
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