La morale del tornio. Cultura d'impresa per lo sviluppo

La morale del tornio. Cultura d'impresa per lo sviluppo

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La morale del tornio. Cultura d'impresa per lo sviluppo

di Antonio Calabrò, edito da Università Bocconi editore, Milano 2015

La riflessione di Calabrò è di grande attualità e fornisce una pluralità di chiavi di lettura per cogliere i punti deboli ma soprattutto i punti di forza della struttura economica e industriale del nostro paese, con uno sguardo alle misure e alle azioni che i ceti imprenditoriali e le élite di governo dovrebbero intraprendere per risollevare le sorti dell'Italia. Al centro del libro c'è la rivalutazione della cultura manifatturiera, del saper fare, le cui origini risalgono al mondo degli artigiani medioevali e del Rinascimento, esemplificata dalla citazione tratta da Carlo Maria Cipolla, il quale sottolineava come “all'ombra dei campanili” gli italiani sapessero realizzare “cose belle che piacciono al mondo”. Una tradizione che, in buona sostanza, continua a caratterizzare gran parte delle nostre produzioni industriali, ma deve però essere continuamente rinnovata, adesso, alla luce del nuovo paradigma della rivoluzione digitale.


E' un libro contro il “declinismo”, molto presente nell'odierno discorso pubblico, a cui contrappone non solo storie emblematiche di imprese manifatturiere che competono sui mercati attraverso l'innovazione, ma anche dati e statistiche che ci dicono come la capacità di tenuta del tessuto industriale italiano sia forte, specialmente nel comparto dell'agroindustria, dell'arredamento, dell'abbigliamento e soprattutto nella meccanica. Una tendenza che si sta rafforzando anche perché sono in atto fenomeni di re-shoring, di cui sono protagoniste numerose imprese che nel recente passato avevano delocalizzato alla ricerca di minori costi di produzione, ma che ritornano in Italia alla ricerca di migliore qualità, fattore indispensabile per competere sui mercati globali sempre più diversificati.


La strada è quella di una cultura d'impresa centrata sulla manifattura innovativa, piuttosto che sulla finanza, che si nutre di modelli organizzativi meno gerarchici, più basati sul coinvolgimento di tutti gli addetti: per innovare occorre mobilitare le intelligenze e le conoscenze di tutti coloro che stanno dentro l'impresa. Modifiche organizzative che implicano anche cambiamenti culturali, di cui, secondo l'autore, i manager devono essere attivi promotori, attraverso un dialogo costante con la cultura, tanto scientifica quanto umanistica, per realizzare nuovi luoghi del lavoro che stimolino la creatività e la capacità di tradurre idee geniali in prodotti innovativi.


La strada del rilancio, tuttavia, non può essere esclusivamente frutto delle mille competenze industriali disperse nelle diverse province, ma, osserva l'autore, deve passare anche attraverso il rilancio dell'azione pubblica su diversi piani. Da quello delle politiche di sostegno all'innovazione, con incentivi e misure selettive verso i settori sulla frontiera tecnologica, rifuggendo da qualsiasi assistenzialismo, a quello della riforma della pubblica amministrazione, volta a un uso non distorto dell'informatizzazione e della digitalizzazione, passando per la lotta alla corruzione, piaga dannosissima che impedisce uno sviluppo sano, alimentando distorsioni e rendite di posizione che bloccano le potenzialità del mercato. Infine, un richiamo forte alla responsabilità dello stato perché accresca gli investimenti in ricerca e sviluppo, nella formazione e nell'educazione, per portarli sui livelli medi dei paesi avanzati, perché nell'epoca dell'economia della conoscenza il miglioramento della qualità del capitale umano è un'esigenza imprescindibile.

Roberto Tolaini
Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti