Dall’Antartide, quasi in diretta

Dall’Antartide, quasi in diretta

Base Mario ZucchelliConfinato a Sud del 60° parallelo e intrappolato nel più grande sistema glaciale del nostro pianeta, l’Antartide è il continente degli estremi. È il continente più arido: il plateau antartico riceve una quantità di umidità paragonabile a quella dei deserti caldi della terra. È il continente più freddo: con temperature dell’aria fino a – 90°C e dell’acqua marina intorno a – 1.9°C. È il continente più ventoso, con velocità del vento fino a 320 km/ora. È il continente più alto, con elevazione media sul livello del mare di 2300 m. È il continente meno accessibile: per gran parte dell’anno una cintura di ghiacci circonda le coste portando la copertura ghiacciata da 13 milioni di km2 a circa 20 milioni di Km2.


Non fu pertanto una valutazione non coerente con la realtà, quella del capitano James Cook quando, durante la sua pioneristica circumnavigazione meridionale del globo avvistò una terra ricoperta di neve e ghiaccio (1775) e affermò che nessun essere umano avrebbe potuto vivere in una terra tanto desolata.

Eppure, tra la fine del XIX secolo e l’avvio del XX l’Antartide diventò meta ambita di esplorazione, sogno di conquista e di gloria nazionale ed individuale. La cosiddetta “fase eroica” dell’esplorazione antartica vide in azione uomini straordinari per intraprendenza, ambizione, coraggio e capacità organizzative. Culminò con la conquista del Polo Sud (17 dicembre 1912) a seguito dell’epica sfida che vide prevalere l’esperienza polare del norvegese Roald Amundsen sull’imponente dispiego di uomini (pur eccezionali) e mezzi della spedizione Terra Nova, guidata dal comandante della Marina Britannica Robert Falcon Scott.


Nel 1959 la sottoscrizione del Trattato Antartico, al quale aderiscono attualmente 48 paesi, ha segnato un cambiamento radicale nella concezione del continente. Bandite le attività militari e sospese le rivendicazioni territoriali, il Trattato apre la strada alla condivisione pacifica del continente di ghiaccio. Da territorio di conquista l’Antartide diventa terra di pace e di scienza. Al Trattato seguono la Convenzione per la conservazione delle foche antartiche (CCAS, 1972) e la Convenzione per la conservazione delle risorse marine viventi dei mari antartici (CCAMLR, 1980), il primo accordo sulla gestione delle attività di pesca basato sul principio della conservazione dell’intero ecosistema piuttosto che sulla la tutela di singole specie di interesse commerciale.

Pinguini di AdeliaPoco più di 10 anni dopo, una delicata negoziazione internazionale riuscì a frenare l’emergenza di una pressione per l’apertura allo sfruttamento minerario. Il 4 ottobre 1991 viene sottoscritto il Protocollo sulla protezione Ambientale (Protocollo di Madrid) che bandisce lo sfruttamento minerario dell’Antartide, proclama il continente riserva naturale e consolida il riconoscimento internazionale dell’Antartide come patrimonio di biodiversità e di risorse da gestire e preservare nell’interesse di tutta l’umanità.

L’Italia comincia ad avere parte attiva nello sviluppo di questo contesto internazionale nel 1985, avendo avviato un proprio programma di ricerca scientifica, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), indispensabile per consentire l’adesione al Trattato antartico come membro effettivo.

La ricerca italiana in Antartide si svolge con l’appoggio logistico di due stazioni polari, la stazione italiana Mario Zucchelli, nel mare di Ross e la stazione italo-francese Concordia, sul plateau continentale. Tutti i principali enti di ricerca nazionali contribuiscono al PNRA e partecipano alle Spedizioni sul territorio antartico. Il nostro Ateneo fornisce contributi progettuali altamente qualificanti in diversi campi delle scienze della terra, oceanografia, biologia, e assegna periodicamente nostri ricercatori al PNRA, per la partecipazione alle spedizioni scientifiche.

Piuttosto spesso, a chi è coinvolto in queste spedizioni, e soprattutto a chi persevera nel tempo, come la sottoscritta, viene chiesto quale sia la spinta che permette di affrontare disagi (e pericoli) intrinsecamente associati ad un lavoro all’altro capo del mondo. Non ho dubbi: la consapevolezza di partecipare ad un’impresa di alto profilo internazionale, in un contesto ambientale unico, ripaga ampiamente le aspettative (scientifiche) di chi per mestiere fa il ricercatore.

Il 5 febbraio scorso sono rientrata dalla XXIX Spedizione in Antartide; per me era la dodicesima, quasi non mi sembra vero. Atterrata a Linate dopo circa 40 ore di volo che mi hanno portato dalla stazione Mario Zucchelli alla stazione USA Mc Murdo e di qui a Christhchurch (Nuova Zelanda) e poi a Sidney, e poi a Londra, sono letteralmente distrutta dal jet lag. Sono le 16 del pomeriggio, le 4 del mattino, secondo il fuso sul quale è ancora sincronizzato il mio orologio biologico. Mi accoglie una pioggia odiosa alla quale mi ero disabituata negli ultimi 3 mesi; rimpiango quasi subito il ghiaccio scivoloso sul quale ti devi muovere con faticosa cautela, il vento gelido che ti sferza la faccia, e soprattutto la limpidezza accecante dell’aria, giorno e notte.

Ancora una volta ho avuto accesso a quello che per un biologo è un luogo unico, un vero e proprio laboratorio naturale, dove poter misurare le potenzialità della vita. È questo il mio lavoro e l’obiettivo principale della ricerca di biologia marina antartica: contribuire a capire come gli organismi che oggi popolano il mare dell’Antartide siano riusciti ad adattarsi a condizioni al limite delle capacità di sopravvivenza. Di qui si può partire per valutare anche le nostre potenzialità (in quanto sistemi biologici) di far fronte ai cambiamenti ambientali futuri. Emblematici della diversità e della flessibilità della vita animale sono i pesci antartici “a sangue bianco”, unici vertebrati senza emoglobina e senza globuli rossi, veri e propri mutanti naturali che vivono in una condizione di anemia cronica, in perfetto equilibrio con un mare gelido ed iper-ossigenato.

Alcuni pesci (mi occupo di pesci, si sarà capito) nel corso della loro lunghissima storia evolutiva hanno addirittura instaurato relazioni vitali con il ghiaccio marino. È il caso dell’Antarctic silverfish (Pleuragramma antarctica): in pieno inverno enormi banchi di silverfish migrano in aree costiere coperte da ghiaccio per riprodursi; le minuscole uova galleggiano e si sviluppano in una mistura di ghiaccio e mare per 4 mesi, fino alla primavera australe, quando diventano milioni di giovani pesci, destinati a sostenere l’intero ecosistema costiero antartico. La storia del silverfish e del suo straordinario ciclo vitale è stata recentemente trasposta in un libro illustrato per bambini, in cui due silverfish (Ross e Sesi) invitano i giovani lettori ad avventurarsi con coraggio nel gelido mare dell’Antartide, ricco di pericoli e di meravigliose creature (Il pesciolino argentato. Viaggio alla scoperta del mare dell’Antartide, Sagep Editori, 2103).

Copertina del libro Il pesciolino argentato. Viaggio alla scoperta del mare dell'Antartide

Eva Pisano
Dipartimento Scienze della Terra, Ambiente, Vita (DISTAV)
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