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Università degli Studi di Genova

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Il padrone delle onde, Mario Dentone

(ed. Mursia, 2010)

Con "Il padrone delle onde" Mario Dentone si è aggiudicato il prestigioso premio Marincovich per la narrativa di mare, entrando a far parte, a buon diritto, dell'olimpo degli autori italiani.
Scrittore dotato di un naturale talento narrativo, Mario Dentone ha finalmente ottenuto il riconoscimento che gli spettava da anni.

Con "Il padrone delle onde", suo sesto romanzo (Equilibrio, 1981, Al mattino era notte, 1983, Donna di carta velina, 1988, Il Gabbiano, 1995, La Badessa di Chiavari, 2007) Dentone ha raggiunto una maturità stilistica, una tecnica costruttiva, una capacità di organizzazione del materiale romanzesco di grande livello, confermando al tempo stesso le qualità più specifiche e costanti del suo modus scribendi, saldamente ancorato alla realtà storica, umana, psicologica di vicende e protagonisti, ma sostenuto al suo interno da una forte componente emotiva. Da qui l'esito di una scrittura pastosa e concreta come la vita, ma vibrante di poesia, in cui la narrazione dei fatti reali possiede un surplus suggestivo di trasfigurazione lirica in grado di sedurre il lettore che, incalzato dal ritmo avvolgente della sua pagina, non riesce più a staccarsene.
Questo accade in particolare a chi si accosti a "Il padrone delle onde", racconto di mare ambientato nel primo Ottocento, che si muove tra Liguria di Levante e Toscana, ma spazia anche negli oceani e che, mentre si propone con la dinamica paradigmatica dell'avventura, con storie di viaggi e di pirati, ci restituisce il sapore di un passato in cui i valori e le dimensioni della vita si nutrivano della semplicità e della solidarietà tra gli abitanti del piccolo paese, da cui si partiva in cerca di ricchezza e di gloria. Ciò che appunto fa il protagonista, Geppin, Giuseppe Vallaro, che da semplice zavorraio, dominato dalla passione per il mare fin da bambino, diverrà proprietario di leudi e mercatore di ampiezza internazionale: appunto "padrone delle onde".

Affidandosi ai meccanismi dei romanzi d'avventura accortamente dosati, senza mai tradire il rapporto con il documento storico, da sempre leva di innesco per la sua fantasia creatrice (come dichiara lo stesso Dentone, riferendo, in apertura, della breve notizia sul Vallaro letta nel testo storico di Gio’ Bono Ferrari) in realtà l'autore ci offre molto di più di un racconto d'avventura; ci offre la storia di una crescita e di una formazione umana attraverso l'amore di Geppin per il mare, mare che respira e vive dentro il romanzo nella sua declinazione soprattutto ligure, in momenti e paesaggi di bellezza struggente. Calandosi pienamente nell'atmosfera dell'Ottocento, con la documentata e severa ricognizione storica che gli è consueta, Dentone ci fa vivere in un tempo in cui il mare della Liguria, solcato da numerosissime vele, faceva di Genova uno dei centri commerciali più attivi e splendenti del mediterraneo, snodo centrale e veramente superbo delle principali vie del commercio, punto d'incontro tra le varie civiltà. Significativamente, nel romanzo, Genova è, per il giovane Geppin, che proviene dal paese di Moneglia il mito della grandezza, della ricchezza e della bellezza come lo è per l'altro splendido personaggio, il nero Gu, vero coprotagonista della storia.
E qui, nel descrivere Genova vista dalla prospettiva dei due personaggi, le movenze narrative evocano volutamente memorie caproniane, con esiti lirici di straordinaria intensità. Ma, "viaggiare" dentro questo romanzo significa anche riscoprire quel mondo degli ultimi, dei deboli, degli emarginati (che tanto piaceva a De Andrè), quella popolazione tipica degli angiporti liguri e non solo, che soprattutto nelle prostitute coglie accenti di grande verità e umanità. Del resto, le figure femminili sono, da sempre, soggetto privilegiato del narrare di Dentone, tratteggiate con una sapienza che ne restituisce, insieme alla bellezza fisica, il calore umano, la complessità e la profondità psicologica, spesso legati all'infelicità, alla miseria, al dolore, al sopruso e alle violenze subite. Bianca, Caterina, Grazia, Elisa, Beatrice, Angelina ecc., donne spesso prostitute "innocenti", ci vengono incontro come sbozzate dal pennello di un pittore, con la grazia dei personaggi riusciti, come del resto tutti i protagonisti del romanzo. Le loro microstorie si intrecciano con la macrostoria di Geppin, in uno scambio fecondo di valori umani che, colti dentro la vita dell'Ottocento, risuonano però quanto mai attuali e urgenti per il nostro presente.
Ma lo spaccato di questo mondo che rappresenta, come si conviene ad un romanzo d'avventura, episodi di pirateria, vicende drammatiche, colpi di scena da giallo, con relativa suspense, fa emergere, anche allora, i giochi di potere e di mafia (portuale). Come a dire che gli uomini onesti qual è Geppin e i suoi amici, ora come allora, avranno sempre da combattere contro la violenza del malaffare.
Un libro di avventura dunque, quello di Dentone, che va molto al di là degli schemi del genere, e che rispetta, come tutti i romanzi di qualità, le tre regole fondamentali della retorica classica: docere (insegnare), movere (commuovere), delectare (divertire). Regole che, leggendo la pagina narrativa di Dentone, noi dimentichiamo, avvolti come siamo dall'incantato percorso della sua scrittura.

Graziella Corsinovi
Dipartimento di Studi umanistici
Last Update: 27/06/2011